Era una giornata piovosa e sferzata dallo scirocco. I nuvoloni in cielo avevano una sfumatura rossastra ed il parabrezza delle auto era ricoperto da sbuffi di sabbia del deserto africano.
Cercando di proteggere me e le altre mie due colleghe con un minuscolo ombrellino blu notte, scapicollavo per i vicoli del centro storico, il libretto universitario ed il tagliando per la mensa universitaria ben stretti in pugno.
La suddetta mensa si trovava all’incirca alle spalle del monastero di Santa Chiara e cercavamo di raggiungerla prima che venisse assaltata da altri studenti affamati, in modo da evitare la fila chilometrica alla cassa ed un’ampia scelta dal menù. Menù in genere piuttosto ripetitivo. Il cuoco infatti pareva cononoscere soltanto la pasta al sugo ed i bastoncini di pesce.
Quel giorno invece, col vassoio in mano, gongolai alla vista di un succulento tegame d’acciaio rettangolare ricolmo di riso e verza, piatto del quale ero e sono ancora oggi alquanto golosa. Ne chiesi subito una ricca porzione, seguita a ruota dalle mie compagne.
E mi scottai la lingua tanto ero affamata. Intanto l’orologio mi rimproverava mutamente del ritardo che stavo accumulando alla lezione di greco del pomeriggio in facoltà.
Fuori l’ingresso nel frattempo due randagi fradici fino al midollo scodinzolavano con mestizia, attirando l’attenzione di don Gaetano – il custode della mensa.
“Poveracci ‘sti canilli! Mò vedo se è avanzato ‘nu poco ‘e riso, mi fanno troppa pena!”
Detto fatto.
In un piatto di plastica svuotò il contenuto della pirofila d’acciaio, portandola poi ai cani che ancora sostavano davanti al portone.
I quali scodinzolando di riconoscenza si avvicinarono al pranzo inaspettato con circospezione, annusarono attentamente e poi diedero solo qualche boccone, lasciando il tutto quasi intatto.
“Ma come!” don Gaetano ci era rimasto male “tutta ‘sta fatica per senza niente!”.
Noi invece restammo di sasso. Perchè i cani nonostante la fame, avevano snobbato il piatto di riso e verza, nonostante la pancetta al suo interno!
Il fatto ci insospettì parecchio.
In quell’istante pensai alla famosa minestra del venerdì, che Gianburrasca scoprì per puro caso fatta con la sciacquatura dei piatti di un’intera settimana e che il direttore del collegio malignamente propinava ai suoi studenti.
Andai alla lezione di letteratura greca con un peso sullo stomaco!