Monreale, mosaici e cannoli

Con voce stentorea la guida turistica elencava i luoghi caratteristici di Palermo, mentre il pullman proseguiva nel giro delle bellezze artistiche della capitale sicula.

Una città che mi aveva colpito sin dall’inizio: il porto era ben collegato al resto del centro abitato, grazie ad una serie di viali, ampi, eleganti ed arricchiti da palme, le cui fronde spiccavano contrastando cromaticamente con il cielo azzurro intenso, come di porcellana.

Anche se sul giornale di bordo l’escursione era stata sponsorizzata con iperbolici elogi, sull’autobus la noia si toccava con mano. Eravamo, a tutti gli effetti, prigionieri della guida.

Il nostro chaperon, infatti, non perdeva occasione di rimproverarci casomai qualcuno di noi commetteva l’imprudenza di distrarsi durante una delle sue spiegazioni o , peggio, di attaccar bottone con la coppia seduta sulle poltrone limitrofe.

Si guardava l’orologio, recriminando silenziosamente il momento in cui avevamo aderito a quella gita.

L’autobus intanto procedeva lentamente nel traffico dell’ora di punta. “Questo è il Massimo, gioiello della lirica. Questo è Ballarò. Quella è la Zisa.” La guida continuava il suo elenco in modo telegrafico, aggiungendo di tanto in tanto qualche notizia di carattere storico o artistico. S’interrompeva, creando una pausa d’effetto, solo per ripetere in tedesco ed in inglese le stesse nozioni dette in italiano. Il malumore serpeggiava tra noi, ormai prossimi all’ammutinamento. Intanto il nostro autobus aveva lasciato il caos cittadino, per inerpicarsi lungo una collina verdeggiante.

“Siamo quasi arrivati alla nostra ultima tappa, Monreale. Visiteremo prima la cattedrale, poi avrete la possibilità di circolare per mezz’oretta per negozi. Ci ritroveremo al piazzale all’orario stabilito. Mi raccomando la puntualità, perché non ho alcuna voglia di stare ad aspettarvi!”

Con questo discorsetto, breve ma intenso, la guida turistica mise un punto fermo ai nostri tentativi di sommossa tanto che, scesi dal pullman lo seguimmo, come piccoli scolaretti in fila indiana, lungo la scalinata che conduceva al borgo di Monreale.

La piazza antistante la cattedrale era gremita di turisti vocianti in una babele di lingue e muniti di macchine fotografiche, tutte rigorosamente digitali. Attendemmo pazientemente il nostro turno per visitare l’interno dell’edificio sacro: una volta dentro, dopo aver abituato gli occhi alla penombra della navata, mi sembrò di esser capitata in un prezioso caleidoscopio di colori, dove l’oro dominava nelle sue molteplici sfumature. C’era da perdersi nel seguire attentamente i gesti, le sembianze e gli episodi illustrati sulle pareti della cattedrale, che creavano l’effetto di una infinita teoria di arazzi, tessuti con prezioso virtuosismo.

“Una Bibbia illustrata!” la voce entusiasta della nostra guida, descrivendo minuziosamente gli splendidi mosaici bizantini, riecheggiava nell’abside, mentre il Cristo Pantocratore osservava severamente dall’alto il nostro sparuto gruppetto di turisti. 

Nel frattempo il mio sguardo era stato catturato da un uomo che, trincerato in un angolo del transetto, vedevo industriosamente all’opera nel restaurare parte delle variegate tarsie che rivestivano il pavimento della cattedrale. Le sue mani si affannavano nel far combaciare i frammenti marmorei, recuperando la magia del disegno danneggiato, creato secoli addietro da ignoti artigiani. Ignorato dalla maggioranza dei visitatori, stava lì nella penombra di quell’angolo,  completamente immerso nella passione del suo lavoro.

Di nuovo fuori nella piazza antistante la chiesa. Dopo tanta penombra e tranquillità, difficile riabituarsi alla luce del sole e soprattutto al frastuono della strada; mi siedo frastornata e assetata su una panchina, all’ombra di una palma. Nel mentre i nostri compagni di gita si sono volatilizzati, nel momento stesso  in cui  abbiamo ottenuto dalla guida la libertà di circolare tra viuzze e negozietti a nostro piacimento, fino all’ora stabilita per ritornare sull’autobus. 

“Ti va un caffè e magari un bel bicchiere d’acqua?”

Mio marito mi prende per mano, avviandosi con decisione verso l’invitante vetrina del bar di fronte.

“Visto che siamo qui in Sicilia, mica possiamo perderci un assaggio del loro prodotto tipico?”  così dicendo mi indicava l’esposizione di vassoi pieni di cannoli: d’altra parte come resistere davanti a tali leccornie? Scelgo, tra le tante varietà, quella senza la ciliegia candita; mentre addento con l’acquolina in bocca il fragrante involucro di pasta frolla, che racchiude una soave crema alla ricotta, arricchita da piccole scaglie di cioccolato, ascolto il pasticciere pavoneggiarsi: “Una specialità di queste solo qui la potete assaggiare! È una ricetta mia e personalissima!”.

Passeggiando per le botteghe, tra scacciapensieri, malvasie e miniaturistiche riproduzioni della cattedrale, ci dirigiamo verso il luogo dell’appuntamento con il nostro Cerbero.

Il saporitissimo dolce siciliano è ormai solo un ricordo per il mio palato, ricordo che mi spinge a formulare un paragone con questa gita che si avvia alla sua conclusione.

La cattedrale di Monreale, in fin dei conti, è come un cannolo: si presenta ruvida all’esterno, ma al suo interno è ricca di meravigliose sorprese.

P.S.    Per caso qualcuno di voi ha la mitica ricetta dei cannoli siciliani?