Ginevra ed il senso di inadeguatezza delle archeologhe.

Bussò al portone semichiuso del capannone in lamiera, nel pieno di una bufera di pioggia e vento tardoautunnale, chiedendo ospitalità per concludere la documentazione dello scavo, essendo divenuto il cantiere ormai impraticabile  -un’unica pozzanghera rettangolare.

Stette tutta la mattinata incollata al suo computer portatile, archiviando i dati recuperati, foto digitali ed unità stratigrafiche, ignorando il nostro amabile chiacchiericcio ed i guaiti del cane che invano tentava di catturare la sua attenzione per una carezza.

Tuttavia ad ora di pranzo, Ginevra staccò mani ed occhi dal pc per sedersi a tavola con noi. Una volta placato l’appetito, l’atmosfera rilassata dopo ore trascorse a catalogare e l’odore del caffè pronto nei bicchierini di carta conciliavano a pettegolezzi e confidenze, prima della ripresa del nostro lavoro.

Tra una domanda e l’altra, qualcuna più insistente delle altre, anche la seriosa Ginevra iniziò a sciogliere la lingua ed a raccontarsi. Archeologa dedita in tutto e per tutto allo scavo duro e puro, con anni di esperienza alle spalle ed all’estero, viveva in una dimensione lavorativa che a noi era ancora sconosciuta.

Mica credete che esiste solo il magazzino e le cooperative? Dovete ampliare i vostri orizzonti altrimenti rischiate di restare ancorate a queste quattro pareti.”

Dicendo ciò, aveva scovato dal suo capiente zaino un gomitolo di lana turchese ed un paio di ferri da calza e sferruzzando con aria innocente aveva proseguito: ” perchè prima o poi un giorno la TAV finirà le sue indagini sul rischio archeologico e al magazzino non arriveranno più reperti.”

Le sue parole fecero fare alle nostre grandi speranze nei verdi prati dell’archeologia una improvvisa battuta d’arresto e a qualcuna delle mie colleghe andò storto l’ultimo sorso di caffè, mentre Ginevra continuava a tricottare ed a parlare.

Non voglio essere drammatica e nemmeno spaventarvi, ma andate oltre il magazzino, spedite il vostro curriculum anche da altre parti“.

Seguitò snocciolando una serie di lavori inerenti l’archeologia, ai quali non avevamo ancora pensato, concentrate com’eravamo con la nostra attività di lavaggio-siglatura-catalogazione-cocciame.

Poi il discorso passò su argomenti più leggeri, spaziando dalla cucina ai rispettivi fidanzati. Ed anche in queste tematiche Ginevra aveva una miriade di assi nella manica! Si andava dall’amaretto sbriciolato per insaporire il risotto alla zucca, all’olio per massaggi da riscaldare prima per far sprigionare il suo aroma afrodisiaco.

Era già donna adulta Ginevra, e noi così ragazzine appena appena uscite dai banchi dell’università.

Quando mise in moto la sua vecchia e polverosa Renault color amaranto, salutandoci attraverso il parabrezza striato di pioggia, Mariellina tirò un sspiro di sollievo, spalancando i suoi occhi azzurri.

Menomale, via! Se n’è andata, finalmente!” esclamò.

Perchè dici così? ti ha irritato per il suo modo di fare?”

Mariellina sbarrò gli occhi ancora di più.

MA come? Non ti ha messo addosso quell’agitazione, quel senso di inadeguatezza, come se non fossimo in grado di fare niente di buono? Ne sapeva una più del diavolo, persino la chicca dell’amaretto!”

E vabeh, passi l’amaretto -e detto per inciso mischiare dolce e salato non m’attira per niente!- ma fatti coraggio Mariellì! Ginevra saprà pure il doppio, anzi il triplo di quello che sappiamo sull’archeologia noi due messe insieme, ma ha pure superato i 30 abbondantemente, mentre noi abbiamo appena 25 primavere alle spalle!”

Mariellina purtroppo non fu consolata dalle mie parole e passò il resto della giornata imbronciata ed in compagnia del senso di inadeguatezza lasciatole dalla visione di Ginevra. 

La mozzarella del boss.

Lavoravo nelle campagne dell’hinterland napoletano, verso Caserta,  dove era stato individuato un sito preistorico, catalogando materiale: infinite quantità di ceramica d’impasto, mai visto così tanti cocci di quella tipologia in vita mia.

Un giorno capitò che nella fretta di uscire, dimenticai a casa il pranzo.

“E che problema c’è? In paese c’è un’ottima salumeria, ci andiamo durante lo spacco!” fu il suggerimento del mio supervisore.

In effetti la salumeria c’era, la merce esposta invitante, a parte delle fette di salame di un colore che m’insospettiva perchè un po’ troppo fosforescente per i miei gusti…ma il banco dei formaggi era una sinfonia di bianco.

Volendo restare leggera, scelsi un morbido cestino di ricotta.

Una volta a pranzo, scartando l’involucro di carta notai per la prima volta la scritta che reclamizzava il caseificio produttore: “Fattoria *****”.

Pensai ad un caso di omonimia, lì per lì.

Invece non era un caso. Si trattava davvero del potente clan camorristico che nella zona coltivava i suoi interessi, investendo persino nelle bufale. Me lo confermarono durante la pausa pranzo.

“E sta’ tranquilla che questa è tutta roba buona, se la mangiano pure loro!” fu il commento degli altri a tavola.

-E pensare che oggi la Corea del Sud ha bloccato l’importazione della mozzarella, per il pericolo diossina! E pensare che questa è stata una Pasqua quasi senza turisti, scoraggiati dai rifiuti! E che i rifiuti ci sono ancora per le strade!-

L’addio al nubilato!(versione ripescata)

 Mancava una settimana alle nozze, alle mie nozze!

Un milione ancora le cose da fare, dal ritiro di confetti e bomboniere, all’ultima misura dell’abito da sposa fino alla prova trucco&parrucco. Nonostante l’imprevisto ospedaliero, che aveva rallentato bruscamente le scadenze, lo scorrere delle date era presto ritornato nei giusti binari organizzativi.

A lavoro non si parlava d’altro, del mio matrimonio. Le mie colleghe archeologhe erano se possibile ancora più eccitate ed emozionate di me, vivendo di riflesso un’esperienza che sotto sotto desideravano di realizzare da quando erano bimbe con le trecce. Addirittura alcune di loro, invitate al ricevimento, si erano messe a dieta ferrea, pur di entrare in favolosi abiti da sera!

Mi vedevano anche un po’ in affanno, pensierosa, purtroppo non immaginando nemmeno lontanamente quale spada di Damocle pendeva sulla mia testa, da quando ero stata dimessa dall’ospedale. Decisero quindi, di organizzare una serata per me, per festeggiare l’addio definitivo alla vita da ragazza nubile.

 Fervevano i preparativi e le idee durante le lunghe ore in cui i cocci venivano siglati in cantiere, un brusio di chiacchiere galvanizzate da stordire. “Assolutamente una serata solo di donne! gli uomini non devono esserci, chirao?”- “Ma gli spogliarellisti?”-”Ma quali spogliarellisti qua non ci sta una lira!” .

Rimasi all’oscuro della fase preparatoria della festa, salvo l’accidentale lettura del menù mangereccio, scritto in tutta fretta in un foglietto e dimenticato sepolto in uno dei tanti libri sulla ceramica antica che utilizzavamo sul cantiere.

Arrivò la sera della festa ed arrivai alla villetta sulla litoranea con giardino, dove già dal primo pomeriggio si affaccendavano le archeologhe, tese a rendere confortevole ed accogliente il posto per l’occasione. Erano tutte in tiro, truccate e svelte nei loro vestitini estivi, nonostante la mattina trascorsa sullo scavo, erano lì per me.  

Una miriade di palloncini rosa  inghirlandava il giardino, lo stereo diffondeva musica new age, il buffet era pronto in un angolo con bibite e patatine e antipastini, mentre una poltrona drappeggiata in un tessuto cangiante era al centro di un un assemblamento di sedili, i più svariati. Arriva Mariellina con una corona di cartapesta argentata, me la mette in testa  :”Benvenuta, stasera sei la regina di questa festa!” Le altre ridono e scherzano, l’atmosfera è frizzante, ma di uomini nemmeno l’ombra. Possibile che non avessero escogitato proprio nulla di nulla?

“Dai facciamo un gioco come ai vecchi tempi! Giochiamo a mosca cieca!” sento dire da Lucia che senza tanti complimenti, approfittando di una mia distrazione , mi stringe le tempie con un fazzolettone.

D’improvviso la rilassante musica new age cede il posto alla colonna sonora di “Full Monty”,    tolgo dagli occhi il fazzoletto ed ecco davanti a me cinque spavaldi Indiana Jones, con tanto di frusta e cappello, che si dimenano a ritmo di musica. E la cosa ppiù divertente è che erano i fidanzati delle mie colleghe!

(continua…)

Cadute.

Quando la malattia era ancora nel suo stato latente, ne feci una incredibile a lavoro. Pomeriggio dopo pranzo, esco dal capannone per andare a raccogliere i cocci stesi al sole, ormai asciutti.

Trallallero trallallà, zompettando mi incammino verso l’entrata. Faccio per salire lo scalino in calcestruzzo e, stranamente, la gamba non risponde al comando. Acchiappo in pieno lo spigolo del gradino, precipitando rovinosamente al suolo. Un botto tremendo. Resto incollata a terra, i cocci sparsi ovunque, senza fiato per lo spavento. Accorrono per fortuna in mio soccorso le archeologhe. ”Ho sentito un rumore pazzesco! – Ma cosa hai fatto?! – Con te non si può mai stare tranquilli!!!”

Rendendomi conto dell’assurdità della situazione, scoppio a ridere, anche se non ero del tutto incolume.

“I cocci! I cocci! Adesso devo raccoglierli altrimenti si perdono….” E tento di alzarmi.

“Ma pensa prima a vedere se sei tutta intera, intanto pensiamo noi ai cocci! Anzi: pensiamo prima a te e poi a loro!”

Fu un pronto soccorso improvvisato: in magazzino non avevamo niente che ricordasse lontanamente una cassetta per il primo soccorso… un cerotto, un po’ di  disinfettante, neanche a pagarli oro.   Fortuna che non avevo escoriazioni profonde. Forse era più forte lo choc del dolore.

In quell’occasione attribuii lo spiacevole accaduto alle scarpe antinfortunistica, che ritenevo troppo ingombranti e pesanti per i miei gusti.

Il risultato del mio ruzzolone fu un livido di dimensioni incommensurabili al ginocchio sinistro; impiegò giorni a riassorbirsi, nonostante gli impacchi di creme ed i chili di ghiaccio che ci misi sopra.

Purtroppo quella del magazzino non fu l’unica caduta nella quale incappai involontariamente. Ad essa ne seguirono parecchie altre, purtroppo!   

Natale al magazzino.

Si respira aria di festa, è innegabile. I cocci tintinnano nei secchi allegramente, i pennini svolazzano siglando celermente ogni frammento ceramico, mentre noi archeologhe lavoriamo tutte radunate allo stesso enorme tavolo, sotto al quale è sistemato un provvidenziale termosifone, di quelli con la prolunga e le rotelle. Siamo state fortunate: da poche settimane il gelo è arrivato con inaspettata violenza, e finalmente i proprietari del magazzino hanno deciso di allacciare la corrente elettrica. Fino ad allora abbiamo lavorato in condizioni a dir poco estreme. Adesso invece con l’elettricità, molte cose sono cambiate: innanzitutto la luce delle lampade a neon rischiara l’ambiente, una radio sintonizzata su programmi musicali rallegra la nostra giornata lavorativa, e soprattutto non rischiamo più il congelamento delle dita delle mani. Ma questa non è l’unica novità: Birba, il cagnolino del deposito,  ha deciso di metter su famiglia, senza il nostro consenso. Da settembre scorazza in compagnia di un altro Vagabondo,  dall’aria tenebrosa ma inaccostabile per l’odore che emana. Il risultato di questo colpo di fulmine è sotto i nostri occhi: cinque vispi cuccioletti da lei allattati con amorevole cura.  Abbiamo rimediato loro una cuccia di fortuna, messa fuori il magazzino e poi abbiamo sparso la voce della cucciolata, nel caso qualcuno voglia adottarli.

Il legame con le mie colleghe si rinsalda e si rinnova ogni giorno di più.

L’ambiente lavorativo è estremamente stimolante, ricco di chiacchiere e confidenze in libertà: in questi mesi trascorsi insieme a loro ho fatto un mucchio di esperienze e tesoro dei loro consigli.

Allora decido di fare alle ragazze un pensierino per festeggiare il Natale. Niente di impegnativo, giusto qualche pacchettino simbolico da scartare insieme l’ultimo giorno di lavoro, prima delle festività. E così dopo la pausa pranzo, arriva la mia sorpresa: tante piccole confezioni che simulano le buste trasparenti dove conserviamo i reperti, contenenti invece dei cioccolatini. All’esterno di ogni busta, legata con un nastro, c’è un piccolo biglietto con sopra il nome della destinataria, accompagnato dalla denominazione dei reperti e dallo scavo di provenienza.

La sorpresa, quel giorno, riuscì in pieno: passammo il resto del pomeriggio a mangiucchiare cioccolata e a fare programmi per le vacanze natalizie.

Furono proprio dei bei momenti, di cui ogni tanto ho nostalgia.

una giornata-tipo al magazzino archeologico.

Oggi sono la prima ad essere arrivata al lavoro, la più mattiniera di tutte. Le altre arriveranno tra poco. Armeggio con il lucchetto per aprire il pesante portone scorrevole del magazzino.

Appena spalancato, il sole di giugno e la tiepida aria mattutina inondano l’interno del magazzino, disperdendo poco a poco l’odore di chiuso.

Questo capannone industriale è spuntato all’improvviso, nel bel mezzo dell’assolata campagna della provincia napoletana . Un magazzino in lamiera, col tetto a doppio spiovente e tutto in lucente  metallo prefabbricato, realizzato in gran fretta su uno zoccolo di cemento armato. Perché serviva assolutamente un luogo dove ricoverare e studiare i reperti che via via spuntavano come funghi lungo la costruzione della nuova tratta ferroviaria tra Roma e Napoli. 

I reperti –  ovvero “la monnezza”, come li aveva elegantemente definiti uno dei geometri che bazzicavano nel magazzino nel corso di uno dei primi controlli sulla stabilità della struttura  –  erano il mio pane quotidiano.

Il lavoro era  compiuto in funzione del materiale trovato sullo scavo: si doveva catalogare e siglare ogni più piccolo frammento ceramico, mentre le ossa andavano pulite e conservate.

La giornata procedeva a tappe obbligate: innanzitutto si  dovevano controllare le cassette  che il pomeriggio avanti avevano portato gli operai dal cantiere; capienti cassette in plastica di ogni colore, utilizzate per contenere la frutta  nei negozi ortofrutticoli. Poi si separava quello che poteva essere pulito dal terreno da quello che andava semplicemente imbustato, elencandone il contenuto sulle schede cartacee.

Approfittando delle belle giornate di sole, si procedeva col lavaggio dei “cocci”. Giusto fuori dal magazzino, c’erano  nientemeno che dei lavatoi in ceramica,  con acqua corrente a volontà. Si apriva la prima busta da cui si intuivano, avvolti nel terriccio marroncino, qualche frammento ceramico e, spazzolino alla mano, via con le pulizie generali.

Dopo di che bisognava stendere ad asciugare tutti i frammenti e con i secchi pieni di materiale ci avvicinavamo agli stendini: praticamente degli stenditutto brevettati per il cocciame e non per la biancheria.

Se era una giornata soleggiata ma ventosa il gioco era presto fatto: a mezzogiorno era tutto asciutto, e si poteva procedere con la seconda parte del lavoro, consistente nella siglatura a mano dei cocci. Un lavoro da certosino, e con mezzi di scrittura antidiluviani, tuttavia gli unici con i quali era possibile siglare i cocci. Sul tavolo in legno erano pronti  per l’uso il pennino ed il calamaio d’ordinanza, accompagnati da una minuscola boccetta da make up in cui, al posto dello smalto era un misterioso liquido trasparente, che spennellato sul frammento rendeva la sigla indelebile. Trascorrevamo interi pomeriggi col pennino sempre in movimento, sempre attente alle sbavature ed alle imperfezioni dovute alla stanchezza che, dopo ore passate curve sul tavolo, faceva tremare le nostre mani. Le prime volte ero terrorizzata nel commettere eventuali errori, poi ci presi gusto e riuscivo a siglare a colpo sicuro qualsiasi superficie, anche la più scabrosa. Dopo aver siglato tutto il siglabile, giungeva il momento di separare la ceramica a seconda della classe di appartenenza. Questa parte del lavoro richiedeva precisione,  perché anche grazie ad un determinato frammento poteva essere individuata la cronologia esatta di ogni unità stratigrafica.

Potevamo trascorrere giorni e giorni a catalogare i vari cocci, aiutate dai libri e dalle dispense che ci prestavamo a vicenda.

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La canicola estiva arroventava il tetto in lamiera del magazzino e si sudava anche all’ombra, ma non mi lamentavo. Le settimane immediatamente precedenti all’approdo in questo deposito, il mio “addestramento pratico” era stato compiuto in un luogo ancora più sperduto e spartano: un casolare semi abbandonato,  estremamente difficile da raggiungere nel dedalo delle strade provinciali e statali, dove l’unica mia compagnia era una colonia di gatti dal pelo tigrato. In pratica, avevano voluto saggiare la mia resistenza psico-fisica. Al confronto, il magazzino era un’oasi nel deserto: lavoravo insieme ad altre persone, avevo un tetto sulla testa e perfino dei servizi igienici funzionanti!